Mazzavillani e la poesia, amore per la vita
NEVIO SPADONI
Giordano Mazzavillani nacque a Ravenna il 30 maggio del 1911.
Fin da adolescente praticò con successo lo sport agonistico, organiz-
zando anche una palestra di pugilato che si distinse a livello nazio-
nale.
Apprese poi l'arte della odontotecnica, che esercitò per tutta la
vita con grande passione e abilità. Partecipò alla guerra come aiuto
del prof. Silvio Palazzi, direttore generale del Centro Sanitario di
Asmara, assistendo i feriti. Ritornò dalla guerra purtroppo con una
invalidità permanente. Fu uomo di profonda fede cristiana e, come
scrisse Franco Gàbici nella presentazione a un suo volume di poesie,
era '„„ uomo che aveva la luce nella testa'. Unì al suo spirito cristiano
imbevuto di semplicità francescana, l'idea patriottica mazziniana;
sempre attento ai più poveri, ai malati, ai piccoli, che non solo con-
fortò economicamente, ma seppe allietare anche attraverso le voci e
i gesti dei burattini portati in giro per asili, scuole, ospedali, ospizi,
assieme all'amico Benigno Zaccagnini. La morte lo colse il 22 mar-
zo del 1976, per certi aspetti anche desiderata, per reincontrarsi con
Lola, la sua fedele consorte morta precocemente. Tutta la sua poesia
riflette l'amore per la vita, ritenuta sacra perché dono di Dio, per
la sua famiglia, gli amici, per i più deboli, per la natura, per la sua
città, Ravenna, alla quale ha dedicato alcune liriche.
Ravenna è orgogliosa di aver beneficiato della testimonianza di
un uomo come Giordano, e fiera di aver conosciuto anche la sua
sensibilità poetica. Le sue due raccolte uscite nel 1977: Ombar e
lus e La vos dl'ànma sono state riedite a cent'anni dalla nascita, in
edizione riveduta e accresciuta, dal titolo Za vos dl'dnma (Ravenna,
edizioni del Girasole, 2012), con testimonianze di Umberto Foschi,
Riccardo Muti, Livia Zaccagnini, Maria Cristina Mazzavillani e
Luigi Mazzavillani. Dai suoi versi traspare la vivacità espressiva di
un uomo, la cui vita è stata un tutt'uno con la scrittura, con liriche
che sono autentici bozzetti, di ritratti e personaggi, dove traspare
un animo melanconico ed ilare al contempo, arguto e sagace, ric-
co interiormente ed incline alle domande esistenziali più profonde,
quelle che conducono a risposte di senso sulla vita e sul suo mistero.
Il suo amore per la natura, misto ad uno stupore di fanciullo, si
estende al genere umano dipinto con gli inevitabili limiti, e spesso
con una verve ironica, tuttavia bonaria, secondo lo stile del conter-
raneo Olindo Guerrini, alias Stecchetti, soprattutto quando attinge
a reminiscenze del popolo, di cui egli stesso era parte, affidandosi
al filo dei ricordi. La scrittura è fluida ed immediata, spesso dalle
forme e movenze classiche: endecasillabi, settenari rimati, come a
stemperare le note dolenti del vivere.
Palese è l'abbandono consolatorio alla poesia, quale aiuto a lenire
le ferite, soprattutto per la perdita delle persone amate. Il mondo
degli umili e delle cose semplici è costantemente presente, tanto
che in alcune liriche si notano evidenti echi pascoliani. La natura
per entrambi è buona; sono sempre le mani maldestre e violente
dell'uomo a rovinarla. Non mancano poi rimandi al mondo con-
tadino, con le fatiche e i lavori dei campi, alle tradizioni e usanze.
Ravenna, come si diceva, è presente e descritta nella bellezza dei
suoi mosaici, ma anche abbruttita dallo sviluppo industriale odier-
no che l'ha trasformata, sottraendole quella intima ed arcaica grazia.
Scrive infatti; " Con tutto questo gran progresso, / con Anic, la Sarom,
i cementifici, / il nerofumo e quello che sorge adesso?! / Tutto questo
sudiciume è l'anima della materia, / è il regalo della tecnica e della
scienza: / della politica, no! perché è una cosa seria" ... E l'ironica con-
clusione in Ravenna nuova denota profondo disagio e amarezza per
uno sviluppo che, per dirla con Pier Paolo Pasolini — anche lui lega-
to al casato ravennate —, non va sempre di pari passo coi progresso,
inteso come ricchezza di umanità.
Questo è stato Giordano Mazzavillani: un uomo di solidi prin-
cipi e di rare virtù, un poeta da ricordare, vanto della nostra città.
Fra le tante liriche che ci ha lasciato, penso che Cus' a sit speranza?
(Cosa sei Tu, speranza?) ben lo rappresenti, nel suo soffrire d'amore
e di lontananza.
Pr'e' gran pighet t'hei al spai gobi e amachédi
int e' spésum de coiar dla fadiga
ch'la brusa <1 màn, campagna ch'fa l'urtiga,
al mdn che d'ignascost a'Ise lugrédi.
E t'hei la boca coma una faéna
ch'la soffia sora e fagh senza strachéss
e so int la fama e cor e'vò scaldéss
campagna a e' sol che' lostra la matena.
Cus' a zèrcat speranza e casa sit?
L'aqua di mónt la canta e la s'slantana,
e al stè'l, la sera, a <1 ve' canté' la nana
a me, ch'a so'int e mond un cvél da gnint.
E ste safri' d'amor e d'Iantananza
ch'e'pé che' lassa l' anma int l'abandon,
l'artròva e' gost dia vita in te, speranza.
Per il gran piegarti tu hai le spalle curve e peste / nel tormento del
raccogliere e della fatica / che fa bruciare le mani come fa l'ortica, /
le mani che inavvertitamente si sono corrose. // Tu hai l'alito come
quello di una fucina / che soffia sul fuoco senza stancarsi, / e sul-
la fiamma il fuoco vuole riscaldarsi / come al sole che illumina il
mattino. // Cosa cerchi e cosa sei? / L'acqua dei monti canta e si al-
lontana, / e le stelle della sera vengono a fare la ninna nanna / a me
che, nel mondo sono una cosa da niente. // Eppure questo soffrire
d'amore e di lontananza / che pare ti lasci un senso di solitudine, /
ritrova il gusto di vivere in te, speranza.